Fatti Non Foste

un altro uso dell'ironia.
giovedì, 28 febbraio 2008

I migliori film della nostra (secondo altri) vita


Inspiegabile la mancanza di Vacanze di Natale '95, Alex l'ariete e Tre metri sopra il cielo.
postato da Drockato alle ore 18:11 | Permalink | / (pop-up)
categoria: cinema

giovedì, 28 febbraio 2008

Le cose sono due a questo mondo: o sei qualcuno o non sei nessuno.


"American Gangster" di Ridley Scott. Ieri sera. Due ore e mezza di piacevole divertissment. I più ferventi ed appassionati al filone criminal-gangsteristico potrebbero aizzare la folla con pronti elogi all'interpretazione misurata di Denzel Washington.
Nonostante non faccia parte di quella schiera, posso comunque ammettere che la prova d'attore nei panni di Frank Lucas può colpire e ammaliare.

La Storia - É quella (basati su fatti realmente accaduti) di una New York sporca, viscida, violenta e tossica.

Nella città più grande del mondo convivono poliziotti corrotti, sempre pronti a seppellire l'etica con tangenti e privilegi, e poliziotti retti, duri, quei detective che (nemmeno in un film di Chuck Norris) si potrebbero definire di "vecchio stampo". Che non si preoccupano di mollare qualche sganassone in più per far confessare il criminale di turno; quelli che, dopo aver rinvenuto in un baule un milione di dollari, li consegnano al distretto sbeffeggiando gli altri colleghi "mazzettari". A questi appartiene il detective Richie Roberts (Russel Crowe), onesto sbirro del New Jersey impegnato nella lotta contro la criminalità dei narcotici in seguito alla morte per overdose del suo collega.

Ma New York è anche divisa in varie famiglie criminali. Cosa Nostra, che ha il monopolio della grande distribuzione di stupefacenti, si allea con i piccoli gangster che controllano i singoli quartieri cittadini. In questo caso, Harlem, è il territorio controllato da un grande e saggio boss nero rispettato e amato da tutti, criminali e non. Alla sua morte ne prende il posto il tuttofare, Frank Lucas (Denzel Washington) desideroso di insediarsi nella città come il signore della criminalità organizzata.
Destituendo violentemente i piccoli boss, nati con il frazionamento del quartiere, Lucas diverrà in poco tempo il padrone della città, forte del commercio e della distribuzione di eroina purissima importata dal sud-est asiatico in America tramite le salme dei soldati caduti in Vietnam.
Lucas (la sua storia ricorda quella di un altro celebre trafficante, George Jung, raccontato in Blow di Ted Demme) acquisirà il controllo di tutta la città attraverso una distribuzione capillare affidata ai suoi più stretti parenti, cugini e fratelli, mantenendo nello stesso tempo una sua personale etica criminale composta dall'adorazione del compianto padrone, dall'importanza di un'educazione religiosa e dall'amore verso la propria famiglia naturale.
Veri punti di forza di Lucas saranno il basso profilo mantenuto in pubblico e la fermezza nel condurre gli affari.

Proprio al varco delle grandi operazioni di spaccio si incotreranno i due protagonisti, lo sbirro e il criminale.

La visione - Un film solido tratto dal libro-raccolta di Marc Jacobson, sceneggiato da Steven Zaillian (regista del remake di "Tutti gli uomini del Re" con Sean Penn) e alla cui produzione esecutiva compare Nicholas Pileggi, lo stesso sceneggiatore e scrittore di Quei Bravi Ragazzi e Casinò di Martin Scorsese.Il film rispecchia in maniera abbastanza naturale la New York dei seventies, prostrata dalla pandemia di eroina nei sobborghi più popolari, e dalla pesante corruzione di ambienti istituzionali importanti: a fare testa di ponte sarà proprio la polizia. Sensibilmente diverso dal rumoroso e violento fratello Tony, la regia di Ridley Scott in American Gangster si discosta dalle sue ultime prove e congegna una belle storia che diverte nelle quasi due ore e mezza di proiezione.

Le due recitazioni dei protagonisti sono altalenanti: se la parte del leone tocca a un Denzel Washington in gran forma non convince fino alla fine l'interpretazione di un Russel Crowe fin troppo misurato.
La distonia proviene dal suo personaggio che disabitua dai ruoli ben più sanguigni e muscolosi che Crowe era solito interpretare (L.A. Confidential su tutti). Nonostante tutto i due ruoli sembrano adattarsi abbastanza alle esigenze dei personaggi e giocano entrambi alla buona riuscita del film.

La pellicola è leggermente sgranata per riportare ad un certo tipo di atmosfere plumbee e oscure ambientate nella miseria dei quartieri più popolosi e malfamati di Nw York; la fotografia, che aiuta in questo, predilige i colori freddi, tendenti al grigio e al blu, con qualche inserto più caldo, tendente al beige.
Il cambio di stagione è ben rappresentato (molto caratterizzato l'inverno newyorchese) così come il passaggio di tempo aiutato dalle frequenti transizioni a programmi televisivi (dall'inizio della guerra del Vietnam alla pesante inflazione dell'eroina).

Com'è - Un bel film divertente e coerente con la storia americana di quel periodo. Echi di Blow, Hoodlom, King of New York, Clockers e Serpico.

Sorprende un po' l'interpretazione di Crowe dal momento in cui si presenta massacrando di botte un informatore reticente e poi non manifesta altri segni di ruvidità (al quale ci aveva abituati).
Crowe si mette nei panni di un integerrimo poliziotto dalla coscienza pulita che manifesta una certa dose di schizofrenia quando appende il distintivo per entrare nelle propria vita privata: la sua concezione di onestà è alquanto discutibile nei rapporti col figlio e la moglie frequentemente cornificata.
Washington mi è piaciuto molto. Soprattutto se messo a confronto con un'altra sua bella prova in Training Day, nel quale interpretava proprio un poliziotto corrotto, violento, subdolo e brutale.
Ne consiglio la visione.
postato da Drockato alle ore 14:06 | Permalink | / (pop-up)
categoria: cinema, film, home video

martedì, 26 febbraio 2008

A che gamba mi devo attaccare per un martini?


"I Simpson - Il Film". Mi è capitato in mano il dvd dopo averne visionato una copia pirata in seguito alla sua uscita nelle sale cinematografiche.
I simpson hanno un po' rotto. Sono alla diciannovesima serie spalmata in un quarto di secolo di serie tv. Hanno prodotto una quantità incredibile di modi di dire, una cifra spropositata di esclamazioni. Oltre ad aver contribuito ad arricchire l'industria culturale a livello mondiale sono stati i protagonisti di un indotto incredibile: gadget, poster, giocattoli, cancelleria, abbigliamento e naturalmente home-video e pubblicità.

Dunque.

Il suo disegnatore, Matt Groening è un eroe popolare americano al pari di Davy Crockett e Oprah Winfrey ("we neeeeed Homer Simpson!!!" Ve l'immaginate?).
Groening, assieme al regista storico della serie, David Silverman, ha pensato bene di cavalcare l'enorme successo di pubblico proponendo un mega-episodio destinato alle sale cinema. Oltre alla durata (circa novanta minuti) l'unica differenza sostanziale dalla serie televisiva è costituita dai disegni più curati e stilisticamente migliori. Non ci sarebbe da aggiungere altro proprio perchè non ho notato nulla che già non sia compreso in ogni episodio del serial. Quello che quindi mi chiedo è perchè sia stato così spinto e gonfiato l'evento dell'uscita di questo cartone. Misteri e pregi delle strategie marketing?
Ogni giornale lo pubblicava come una visione irrinunciabile, quasi un nuovo episodio di Star Wars. Aldilà degli accoliti dico.

Perchè non farlo uscire esclusivamente in dvd a questo punto?
Sulla qualità artistica si veda la tv: ricalca esattamente le stesse gag, lo stesso umorismo, lo stesso non-sense e il pizzico di moralismo statunitense che fa tanto "redenzione".
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui ogni tanto li trovo indigesti: i Simpson rappresenterebbero la vita media di una famiglia media e a essa fa da contorno, naturalmente, una popolazione di individui medi, chi dalle basse aspirazioni chi dalle ambizioni più elevate.
Le battute, non c'è che dire, sono fulminanti e ogni episodio scorre via velocissimo ad una conlcusione sperata e mai disattesa. Il problema è che nella sua standardizzazione, il serial come il film, diventa talvolta noioso. La storia si conclude con l'happy ending che coincide, per la maggior parte, alla soluzione di un problema provocato da Homer, l'inetto rappresentante della famiglia (è il caso vero e proprio del film).
Dico noioso perchè le uniche cadute di tono e di stile si notano in coincidenza di parentesi emozionali e sentimentali che fanno da cerniera alla storia. Come se dovesse obbligatoriamente esserci la redenzione. Una qualche catarsi del comportamento, fino ad allora gretto e meschino, dei protagonisti.
Si passa, allora, da una risata fragorosa al retrogusto amaro della commedia. Che su un cartone animato moralista tanto pesa. Troppe pretese dopo diciannove edizioni...

La riflessione mi fa confrontare l'altro pezzo grosso, e a mio avviso migliore, delle serie animate americane: i Griffin. Come di riflesso anche questa serie animata rappresenta l'america della famiglia media. Ma è diversa dai Simpson. I Griffin sono caustici, cinici, volgari, idioti ma anche brillanti e infarciti di un umorismo che sorpassa di gran lunga la comicità per addentrarsi nella satira. Una famiglia che sembra quella dei Simpson dopo una cura di eccitanti e film porno.

In America la serie non ha avuto vita facile fin da subito ma poi ha riscosso un largo successo e le scelte di programmazione l'hanno premiata.
Lo sbaglio colossale compiuto dalle reti italiane, invece, è stato pubblicizzarlo e decretarne il successo accanto ai Simpson, dimenticando che i Griffin sono costruiti ovviamente come cartone animato ma destinato agli adulti più avveduti e accorti.
La programmazione ha rotto quel già esiguo senso di credibilità che u pubblico maturo poteva offrire ad un cartone animato: i Griffin vennero trasmessi nella "s-fascia oraria" più deprecabile e cioè nel primo pomeriggio. Tale mossa lasciò intendere che il pubblico poteva essere sotituito solamente da bambini, giovani e adolescenti. Dimenticando completamente la natura del format.

Per vedere e capire i Simpson non è necessario possedere una cultura popolare così vasta mentre per visionare (e capire) i Griffin la scelta si rende obbligatoria (al fine di comprendere le digressioni episodiche e i flashback temporali). Facile aggiungere, inoltre, che è difficilmente presente un happy handing degno del nome nella serie di Seth MacFarlane. Questo proprio ad indicare che non è sempre facilmente riconducibile una soluzione pacificatrice; visione più sincera e fedele alla realtà.
Se dovessi scegliere ora ricadrei inevitabilmente sui Griffin. Satira e comicità più matura, intelligente ache se demenziale, colta ma volgare. Penso sia questa l'esatta incarnazione dello spirito americano.
La contraddizione.

postato da Drockato alle ore 16:55 | Permalink | / (pop-up)
categoria: cinema, film, blog, home video

martedì, 26 febbraio 2008

Galeotto Fu Il Film


"Le vite degli altri", mi ha emozionato grandiosamente. La mia prima visione del film fu distratta, altezzosa e cinica. Guardavo il televisore con aria stanca, la storia non decollava e i colori, già grigi e spenti per la malinconica fotografia, non mi aiutavano.

Mi viene in mente un'aneddoto del regista Arthur Penn. Quando egli si ritrovò a casa dell'ultra-conservatore Jack Warner per presentare il suo capolavoro "Gangsters Story", il potente tycoon lo accolse con un avvertimento che sembrava più una condanna che un monito: «....se mi alzo per andare a fare pipì significa che il film non è buono...». Dopo cinque minuti dall'inizio, Warner si alzò e andò in bagno. Tornò a sedersi, si alzò nuovamente e andò in bagno. Questo accadde per tutta la durata del film sotto gli occhi esterrefatti di Penn.

Questa è la cosa che mi successe quando guardai per la prima volta il film di von Donnersmarck. Non gli prestai fiducia e attenzione. Poi succede che tutti ne parlano bene e tu vuoi capire se sei il solito snob cinico o piuttosto un vero intenditore. Mi misi d'impegno al fine di arrivarne a capo. Fu un'esperienza travolgente, uno dei più bei film degli ultimi anni, una perla che nascosi e che mi affrettai a spolverare.

Una fotografia splendida, malinconica, grigia e talvolta oscura come gli anni di dittatura politica sotto l'occhio (e l'orecchio) punitivo della Stasi. Attori brillanti (su tutti il protagonista, Ulrich Mühe, nei panni dell'ordinatissimo tenente di polizia) e scenaggiatura solidissima come gli enormi casermoni che popolano la Berlino Est riprodotta nel film. Una città frigida, che bandisce ogni emozione non controllata, incolpevole di una storia europea che la erge a simbolo di quegli anni. Una città divisa in due come i sentimenti di quegli stessi interpreti protagonisti, il tenente spia (che a forza di scrutare le vite degli altri cercherà di impadronirsene per recuperare la sfera intima delle sue emozioni da tempo ormai troppo represse) e lo scrittore spiato (dai sogni e le ambizioni segretamente rinchiuse per evitare una persecuzione politica. Un'eccezionale prova d'attore di Sebastian Koch che ricorda fortemente l'esperienza di Vaclav Havel in Cecoslovacchia).
Un film da ricordare e da gustare fino alla fine. Commovente, eccitante e fluido.

(Per la cronaca, "Gangster Story" fu uno dei più grandi successi della Warner Bros.)
postato da Drockato alle ore 16:03 | Permalink | / (pop-up)
categoria: cinema, film, home video

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Utente: Drockato
Nome: AF
Sono lo specchio alla cui immagine vorresti assomigliare, il vaso di Pandora che vorresti scoperchiare per entrarci dentro e restarvici rinchiuso, lontano da quel mondo in cui ti senti intruso ed invisibile. Dentro a un' automobile, fermo in un ingorgo ad uno svincolo, il tuo sguardo immobile appoggiato sopra al finestrino col calore oscilla ed un perfetto estraneo che manco t'assomiglia t'osserva : vuoto, occhi vuoti come fuochi spenti, la faccia di chi proprio non ha niente da dirti o da darti ti sfiora facendoti paura... ma è solo la tua immagine nel tuo retrovisore...


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